Il vento bisogna lasciarlo parlare
“Oggi c’è un vento…” dice una signora parlando con una sua amica.
“E hai visto che nuvole?” domanda l’altra.
Il giorno dopo.
“Oggi il sole picchia troppo” dice un signore appoggiato al bancone del bar.
“Sì, non si sa più come ci si deve vestire” risponde il barista mentre sistema le tazzine da caffè.
Terzo giorno.
“Piove ancora, mannaggia. Dovevo andare a ritirare l’abito per la cerimonia” dice un uomo mentre scruta il cielo.
“E io? Io dovevo stendere i panni” dice la futura moglie.
Quarto giorno
“Brrr, che freddo” rantola una donna stringendosi nella sua pelliccia marrone.
“Ci sono pochi gradi, oggi…non vedo l’ora che arrivi l’estate” vaporizza il marito sistemandosi il cappello.
Quinto giorno. Estate
“Fa troppo caldo” afferma un uomo in calzoncini.
“Davvero, è insopportabile…non vedo l’ora che arrivi l’inverno” ansima un altro in canottiera.
Alcune volte appoggio il viso sul vetro della finestra, guardo fuori, sento il vento. E mi viene da pensare che non c’è niente di sbagliato nei rami risvegliati dal vento, nell’espressione rabbuiata delle nuvole, nel sole divertito, nella pioggia disperata, nel freddo silenzioso o nel caldo emozionato.
Il vento bisogna lasciarlo parlare.
Il vento in un racconto
Questa notte il vento è forte e doloroso come uno schiaffo. Appena il sonno si avvicina, lui si ingelosisce e comincia a gridare, mi prende per un braccio e mi riporta verso il mondo dei lucidi.
Allora abbandono il letto e scrivo una storia, magari ispirata proprio al vento o a una giornata d’autunno, alla città sedotta da lenzuola di sale, forse. Qualcosa scriverò.
Potrei parlare di quella volta… o inventare, scrivere senza senso mettendo, però, le virgole al loro posto. Non voglio scrivere una bella storia con le virgole sbagliate…o forse non voglio scrivere una brutta storia con le virgole giuste. Potessi, vivrei senza virgole, ma forse anche senza punti interrogativi. Sì, se solo potessi.
E’ come se ad ogni angolo, un punto interrogativo mi venga addosso facendomi cadere e, senza chiedere scusa, sfrecci via, lasciandomi in bocca l’acido sapore del perché.
I problemi amano i punti interrogativi. Anche le scelte li amano, per questo non amo scegliere. Quando sono costretta a scegliere faccio cadere un fermacarte di piombo sulla prima opzione che mi viene in mente, così da non poterla mai rielaborare. Piano piano mi convinco che quella era la scelta giusta, l’unica possibile, anche se lo vedo, il punto interrogativo. Il punto interrogativo non sparisce, al massimo sbiadisce, e appena può, ricomincia a venirmi addosso. Non faccio in tempo a dimenticarlo, non faccio in tempo ad intravedere la fine della strada che riecco la curva, riecco la domanda, riecco la scelta.
Cosa ho scelto per stanotte? Dormire o scrivere una storia che non sia il solito monologo con me stessa?
E vado avanti a scrivere, mentre il vento bussa alle finestre e scappa ridendo come un bambino.
La storia
C’era una volta una ragazza che indossava sempre un cappellino da pittore. Amava leggere su una panchina lungo il viale alberato che portava all’ospedale. La ragazzi si accomodava sempre sulla stessa panchina, sempre da sola, sempre con lo stesso libro, sempre con quel suo cappellino da pittore.
Il dizionario dei cliché
Il dizionario dei cliché è un piccolo raccoglitore di frasi e termini stantii che necessitano di essere abbandonati a favore di espressioni più originali e meno inflazionate.
Insomma, piccoli suggerimenti per coloro che si sono resi conto di essere clichédipendenti e vogliono disintossicarsi dal già sentito.
I cliché ammazzano la letteratura e urticano il lettore che in un libro cerca qualcosa che va al di là di ciò che potrebbe tranquillamente scrivere lui.
Anche io sono capace di scrivere “faccia da poker” -che figata, so scrivere!!!-, ma con questa espressione ho detto solo una cosa già sentita, non spiega la reale mimica facciale di chi assume la faccia da poker, non la mostra, anzi, la nasconde: molti potrebbero non sapere cosa sia una faccia da poker.
Questa cosa l’ho capita grazie alla terapia d’osservazione che sto applicando per risolvere le mie emetofobiche questioni.
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Vabbe’, la dico tutta: me la insegnata il mio terapista (anche conosciuto come il Dr House).
La prima volta che gli ho detto “ho l’ansia”, lui mi ha guardata come se stessi mandando baci ad una foto di Bin Laden.
Credevo mi volesse sbudellare.
Alla fine mi ha invitato a dimenticare termini generici come “ansia”, “panico”, “paura”, “tristezza”, ecc. Non solo, anche la parola “emetofobia” doveva essere cancellata dal mio dizionario. Con tutto quello che avevo fatto per trovare un nome alla mia paura, quella richiesta mi sembrava quantomai ingiustificata. E invece si è rivelata la più efficace, anche se devo ammettere di non averla abbandonata completamente…shhh, che non si sappia in giro. ![]()
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Prontuario di punteggiatura
Sono dolori. Lo dico subito.
Quando ho comprato questo innocente libretto, mi sono detta:”155 pagine, e che saranno mai! Lo leggo nei tempi morti, quando sto in qualche sala d’aspetto o prima di dormire”.
Per capire il senso della prima pagina mi ci sono volute esattamente due ore e cinque pause da dieci minuti ciascuna.
Intendiamoci, è il libro più utile che io abbia comprato in vita mia. Ha sciolto molti miei dubbi sull’uso di quella stramaledetta virgola, però, che dire, il linguaggio che Bice Mortara Garavelli utilizza non è adatto a chi, come me, è solito rileggere due volte anche i dialoghi su Topolino.
Per affrontare al meglio la lettura di questo prontuario, basta un po’ di training autogeno e la consapevolezza di non trovare esempi alla “Marco mangia una mela”, bensì qualcosa di più complesso e articolato che a volte sembra quasi assurdo.
Per dirla breve, va masticato bene e assimilato come una proteina.
Una mano santa per chi scrive.
Diventa una dannazione quando si arriva ad immaginare la Bice, vestita da Signora della Morte, che falcia qualsiasi segno d’interpunzione venga collocato in posizioni ambigue rispetto al senso della frase.
Io l’ho sognata, una notte. Meglio non ricordare.
In conclusione, il rischio è quello di diventare dei fondamentalisti della punteggiatura, cosa che comunque non fa poi tanto male né a noi né a chi ci legge.
(La Bice vestita da Signora della morte, però, fa paura.
)
Osservazioni di una lettrice qualunque
Pika, no, un altro blog?
Sì, un altro blog.
Perché gli scrittori possono scrivere un libro all’anno e io non posso aprire un blog all’anno?
Uno, nessuno e centomila blog. Avrebbe detto Pirandello.
Questa volta è diverso. Direbbe Becky Bloomwood.
Lo so cosa stanno pensando i talebani della letteratura: questa pazza mischia il caviale (Pirandello) con le uova di gallina (Sophie Kinsella).
E sapete cosa penso io? Che apro questo blog proprio per parlare sia di letteratura a cinque stelle sia di quella da pollaio, senza troppi intellettualismi, privandomi così della rogna di dire ciò che vale o non vale la pena di leggere.
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