Il sostituto
Fare di tutto per piacergli, non in quel modo.
Renderlo fiero per poter ammirare di nuovo i suoi occhi pieni di entusiasmo per come sei, per come ti muovi nel mondo nonostante tutto.
Vederlo scivolare nella tua vita a piccoli sorsi, quando tu vorresti ubriacarti con la sua presenza. Continuare a dirti: “Non puoi averlo, non è tuo!”, continuare a rispondere: “Sì, però…”
Lasciar perdere, accontentarsi di un saluto ogni tanto, un complimento, un sorriso. Quel sorriso che lo fa sembrare la cosa più vicina al sole.
No, non puoi lasciarlo perdere, no. Mai! Non adesso che lo hai trovato, che ti ha vista e si avvicina a grandi falcate, mentre il cuore ti sgancia una domanda atomica: “Perché non è mio padre?”
Una J inaspettata
J, dove sei? Mr Spock? Capitano Kirk?
Ndoca… sono andati tutti?
Non lo so. Alla deriva. Trascinati dal tempo e dagli imprevisti di una vita terrena. Sì, le mie sono scuse, ma anche no.
Ho tutta la loro storia che mi passeggia in testa: ho dialoghi, espressioni, movimenti, sorrisi, errori. Accanto a loro, però, ci sono anche i doveri. E quelli di solito fanno strage di piaceri.
Pensavo che nessuno avrebbe sentito il bisogno di sapere il finale di questa favola di jedi e vulcaniani, e invece qualcuno c’è, e me lo ha dimostrato così:
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Lettera ad un padre mai nato
Nascere non è solo roba da figli, anche i padri nascono. Nascondo quando sulla loro strada incontrano una persona nuova, che prima non esisteva, che non è mai stata dietro di loro e non potrà mai starci, una persona che non ha mai camminato e ha bisogno di capire dove deve andare, come, ma soprattutto perché. Prendere per mano quella persona vuol dire diventare padre.
Tu non sei mai nato. Non con me, almeno.
Voglio raccontarti come sarebbe stato se invece di passarmi avanti ti fossi fermato e mi avessi teso la mano; sicura che non ti fermerai nemmeno stavolta, ma io non voglio stare dietro ad un’immagine che non avrà mai né pelle né carne né ossa…né amore per me. Ormai ho capito dove devo andare, come farmi scivolare la strada sotto i piedi, ma soprattutto perché. Non puoi diventare mio padre adesso. E in fondo so che non lo vuoi.
Ecco, quando ero molto piccola non chiedevo mai tu dove fossi perché la mia normalità non sentiva spazi vuoti, sapevo della tua esistenza, sapevo che c’entravi qualcosa con me, ma non sapevo dove collocarti nella mia vita. Andando a scuola ho capito, o meglio, il resto del mondo si è impuntato a farmelo capire.
Io non piangevo. Cadevo e non piangevo. Mi arrivava un sasso in testa giocando con gli amici e non piangevo. Mi facevano le punture e non piangevo. Mi sgridavano e non piangevo. Per i grandi, tranne che per mamma e nonna, ero sbagliata perché non piangevo. E non piangevo la tua mancanza. E non piangevo quando durante la festa del papà non avevo nessuno cui dare il biglietto che a scuola ci obbligavano a scrivere: lo lasciavo sotto il banco di qualcun altro convinta che sarebbe sopravvissuto. Con me sarebbe morto.
“Tu non hai il padre”, dicevano le maestre. (In verità qualcuna usava proprio il termine “bastarda”.)
“Tu non hai il padre”, dicevano i compagni di classe.
“Quella non ha il padre”, dicevano le madri degli altri per convincersi che loro, a differenza di mia madre, avevano saputo scegliere l’uomo con cui fare i figli. E comunque ero fallata ai loro occhi, mai troppo bambina per evitarmi le loro cattiverie. Mi facevano pena, ero più piccola di loro e mi facevano pena.
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La sfacciata
Ormai la mia tavoletta Wacom è invecchiata. Non risponde più come dovrebbe, non ci sente, non mi segue, s’addormenta mentre lavoro, ha delle rughe talmente profonde che ci si gioca a biglie.
Contavo di continuare Missione di Pace nei tempi morti, ma lei e lo scanner fanno coppia fissa all’ospizio, così ho deciso di prendere un’aspettativa, almeno fino a quando non avrò pecunia per comprare questa meraviglia.
Quindi nell’anno stellare 29629.mai.
A meno che la Wacom non voglia investire su di me e barattare una Cintiq 12WX con quattro anni di spazio banner su questo blog o su blog.pikadilly.it, allora rimando alla pagina contatti.
Ma con tutti i disegnatori di fino che ci sono in giro sui quali investire, la Wacom al massimo mi manda una tavoletta di pietra accompagnata da un biglietto con su scritto: “Parti dalle basi, tie’, te c’avemo messo pure ‘no scalpello a pile!”
Il principe senza calzamaglia
Da piccola non sognavo il principe azzurro, sognavo di conquistare il mondo e magari il cielo.
In età da motorino e topexan, quando i maschi non erano più quei simpatici giocattoli bimbomorfi con i quali passare pomeriggi al mare, a nascondersi, a suonare i campanelli e poi scappare, bensì pericolose entità che riuscivano con i loro malefici poteri a farmi agitare il cuore, il mio sogno rimaneva ancorato alle trame di conquista, ma qualcosa lo distraeva e, a volte, si scioglieva per sguazzare negli occhi del ragazzo di turno che sentivo di amare.
Ovviamente non ero mai ricambiata, un po’ perché sceglievo quelli sfigatelli che di legge vanno dietro alle più belle delle più belle, un po’ perché ero attraente e sensuale come un montascale, ma soprattutto perché facevo ogni cosa per mostrarmi disinteressata alla mercanzia. Ero fatta strana.
Nonostante l’abbonamento al due di picche, non soffrivo mai troppo per amore: avevo sempre il mondo e il cielo da conquistare.
Poi, a diciassette anni, persi la vita normale e i miei sogni di conquista si ritirarono per lasciare il posto a quelli che puntavano gli occhi indietro, alla normalità scappata dalle mani. Non sognavo più né il mondo né il cielo e tanto meno i ragazzi. Volevo solo tornare normale.
Un giorno, nella foga di cercare un po’ di pace, qualcuno entrò prepotentemente nei miei giorni, con la grazia di una passione cominciai a ripulire la mia vita. Poco a poco il mondo tornò dentro di me e le stelle si riaccesero tutte, ma qualcosa mancava ancora.
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Un po’ di roba
Questo è un post di fermata, un riassuntino delle mie migrazioni da extrablogger: ogni tanto faccio l’immigrata più o meno clandestina in altri blog.
Missione di Pace sta procedendo veloce come un tedoforo artritico. Sob. Spero di pubblicare la striscia lunga prima che a J si guasti l’amore per Mr Spock e mi boicotti infiltrandosi in una puntata di Beautiful.
Intanto ecco qualche raccontino postato su Word Shelter (vanno dal più giovane al più vecchio):
Un racconto per l’Emetofobia: La galassia intorno
L’uomo infondo al pozzo
Nascosti dalle stelle
Sì, ho avuto il coraggio di pubblicare ‘sta roba.

