La sfacciata

14
Jan
2012

Ormai la mia tavoletta Wacom è invecchiata. Non risponde più come dovrebbe, non ci sente, non mi segue, s’addormenta mentre lavoro, ha delle rughe talmente profonde che ci si gioca a biglie.

Contavo di continuare Missione di Pace nei tempi morti, ma lei e lo scanner fanno coppia fissa all’ospizio, così ho deciso di prendere un’aspettativa, almeno fino a quando non avrò pecunia per comprare questa meraviglia.

Quindi nell’anno stellare 29629.mai.

A meno che la Wacom non voglia investire su di me e barattare una Cintiq 12WX con quattro anni di spazio banner su questo blog o su blog.pikadilly.it, allora rimando alla pagina contatti.

Ma con tutti i disegnatori di fino che ci sono in giro sui quali investire, la Wacom al massimo mi manda una tavoletta di pietra accompagnata da un biglietto con su scritto: “Parti dalle basi, tie’, te c’avemo messo pure ‘no scalpello a pile!”

Il principe senza calzamaglia

13
May
2011

Da piccola non sognavo il principe azzurro, sognavo di conquistare il mondo e magari il cielo.

In età da motorino e topexan, quando i maschi non erano più quei simpatici giocattoli bimbomorfi con i quali passare pomeriggi al mare, a nascondersi, a suonare i campanelli e poi scappare, bensì pericolose entità che riuscivano con i loro malefici poteri a farmi agitare il cuore, il mio sogno rimaneva ancorato alle trame di conquista, ma qualcosa lo distraeva e, a volte, si scioglieva per sguazzare negli occhi del ragazzo di turno che sentivo di amare.

Ovviamente non ero mai ricambiata, un po’ perché sceglievo quelli sfigatelli che di legge vanno dietro alle più belle delle più belle, un po’ perché ero attraente e sensuale come un montascale, ma soprattutto perché facevo ogni cosa per mostrarmi disinteressata alla mercanzia. Ero fatta strana.
Nonostante l’abbonamento al due di picche, non soffrivo mai troppo per amore: avevo sempre il mondo e il cielo da conquistare.

Poi, a diciassette anni, persi la vita normale e i miei sogni di conquista si ritirarono per lasciare il posto a quelli che puntavano gli occhi indietro, alla normalità scappata dalle mani. Non sognavo più né il mondo né il cielo e tanto meno i ragazzi. Volevo solo tornare normale.

Un giorno, nella foga di cercare un po’ di pace,  qualcuno entrò prepotentemente nei miei giorni, con la grazia di una passione cominciai a ripulire la mia vita. Poco a poco il mondo tornò dentro di me e le stelle si riaccesero tutte, ma qualcosa mancava ancora.
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Un po’ di roba

11
Apr
2011

Questo è un post di fermata, un riassuntino delle mie migrazioni da extrablogger: ogni tanto faccio l’immigrata più o meno clandestina in altri blog.

Missione di Pace sta procedendo veloce come un tedoforo artritico. Sob. Spero di pubblicare la  striscia lunga prima che a J si guasti l’amore per Mr Spock e mi boicotti infiltrandosi in una puntata di Beautiful. :D

Intanto ecco qualche raccontino postato su Word Shelter (vanno dal più giovane al più vecchio):

A te che mi hai salvata

Un racconto per l’Emetofobia: La galassia intorno

Guardano solo te

L’uomo infondo al pozzo

Nascosti dalle stelle

Solo il sole

Sì, ho avuto il coraggio di pubblicare ‘sta roba.  :D

La fontana del deserto

18
Feb
2011

Mi ha telefonato mia madre, voleva farmi ascoltare Dentro gli occhi di Vecchioni.
“Rivoglio la mia gioventù”, ha detto mentre la canzone scivolava in sottofondo.
E io in silenzio ho cercato un po’ di giovinezza da travasarle nelle ossa, ma non ce n’è più nei miei secolari 27 anni.
Ho detto solo “Non sei morta”.
“Mia madre non ha mai vissuto, ha sofferto sempre, da quando è nata fino alla morte”, ha detto.

Guardando il cielo e poi i fogli sparsi sul letto, ho risposto:
“Nonna non è morta così, senza un futuro. Non si può dire  poverina è morta, no, lei è morta vivendo. La incontri in tutte le storie che le abbiamo dedicato, che abbiamo scritto su di lei e ce ne sono altre pronte e fiere di raccontarla. Lei cammina sopra i No che hai sbattutto in faccia a chi ti offriva di vendere le tue idee per soldi; nei miei Ce la farò; nei sogni di A.
Non si è estinta, non è solo una tomba sulla quale andare a piangere, te la ritrovi dietro mentre la cerchi e quando ti accorgi della sua presenza, lei è pure capace di chiederti chi stai cercando. Mentre ci sono persone che si strappano dalla vita e corrono dietro a chissà quale paradiso credendo di meritarselo, a quelli non importa di lasciare in lacrime i propri figli, non si chiedono se qualcuno soffrirà, loro puntano al cielo convinti che li accoglierà scansando le stelle. Non ci sono ricordi per loro perché marciscono prima del corpo e la puzza si sente forte mentre sono ancora vivi. Non c’è  una storia in cui li incontri, ci sono solo lapidi, fiori e lacrime, cose che si dedicano ai morti, non a chi vive anche dopo la sua stessa  morte. Come nonna. E pure tu non è che un giorno prendi e muori.”

La morte non si abbatte sulle fontane del deserto che per quanto vecchie e bucate sono riuscite a salvare una, cento, mille vite con un solo sorso della loro acqua.
E mia nonna è una fontana del deserto dalla schiena curva e le mani scheletriche con le quali riesce ancora ad abbeverarci tutti.


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Buona fortuna, Spock…

14
Feb
2011

Spock“Essere una foglia senza albero che cammina in mezzo agli alberi degli altri.
Non trovare mai un luogo da chiamare casa o uno specchio dove vedere una sola e nitida immagine. Una, cento, mille, un milione di alberi e foglie possibili. Ma qual è quella giusta? La casa in cui starai bene, la foglia che più ti assomiglia?
Ti chiedi costantemente dov’è la finestra dalla quale puoi appoggiarti per osservare l’universo, semplicemente, senza doverlo conoscere tutto per trovare un te stesso definitivo, un te stesso da non tornare indietro.

Camminare lungo qualche via che non è mai la tua, dove non ci sei mai tu, ma solo una delle tue metà.
Un mezzo questo e un mezzo quello, sacrificabile per salvare chi un ramo fisso al quale tornare lo ha sempre avuto. Dopotutto non c’è un posto da lasciare vuoto dove scrivere “Questa era la casa di una grande foglia. Lui era una grande foglia”. Nemmeno tu sai l’indirizzo di casa tua né sai scrivere il nome sul campanello.

E per primo ti fai avanti quando l’ignoto ha bisogno di diventare noto, mentre senti la più debole onda del mare cancellare le tue impronte. Allora ti scegli da solo perché l’ignoto è forse l’unica cosa certa della tua vita. Mentre gli altri ti guardano andar via attaccati ai loro solidi rami, ti senti felice nel vedere proprio là, nel buio, la foglia e l’albero unirsi e diventare un unico te.”

Buona fortuna, Spock… è la frase pronunciata dal Dr McCoy quando Spock parte con un capsula alla scoperta di una forma di vita aliena che minaccia la galassia nella puntata “La Galassia in pericolo” (The Immunity Syndrome), ovviamente nella serie originale (TOS) di Star Trek.

Il capitano Kirk deve decidere chi tra Spock e McCoy è il più adatto ad affrontare una missione fisicamente e psicologicamente pericolosa come questa. Alla fine sceglie il vulcaniano proprio per la sua struttra fisica e mentale.
Spock, prima di essere scelto da Kirk, si sceglie da solo, come sempre, come tutte le persone che stanno nel mezzo e si sentono sacrificabili, anche se naturalmente Spock si propone seguendo la sua logica.

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Scrivete

26
Dec
2010

In lontananza, il Natale rumoreggiava tra piatti e forchette, tra pandori innevati e carte da regalo dimenticate.

Nostra nonna, sdraiata sulla sua vecchiaia, non riusciva a piegarsi di fronte i minatori del tempo, allora ci dormiva sopra. Comunque non li avrebbe sfuggiti, era troppo stanca di coltivare la vita.

La vedevamo desinare con il pranzo di Natale, tossire e poi ridersi in faccia, mentre nostra madre le orbitava attorno creandole quel poco di atmosfera felice che sembra obbligatoria a Natale.
Non capivamo che gioco fosse la morte e perché veleggiasse in quella stanza nonostante fossimo tutti vivi.

Io e mio fratello avevamo ricevuto una macchina da scrivere, una di quelle che a guardarle non sembrano abbastanza forti per un romanzo, ma per i bambini andava bene: ci si poteva giocare al romanziere.
Quella mattina la portammo con noi e cominciammo a scrivere a nostra nonna delle lettere, informandola di ogni frase, di ogni parola.

Tic, tac, tic, tac, “Cara nonna”, tic, tac, tic, tac.

“Le date fastidio!”, urlò nostra zia schiaffeggiando la piccola atmosfera serena che stavamo costruendo.

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