Il dizionario dei cliché

ClicheIl dizionario dei cliché è un piccolo raccoglitore di frasi e termini stantii che necessitano di essere abbandonati a favore di espressioni più originali e meno inflazionate.

Insomma, piccoli suggerimenti per coloro che si sono resi conto di essere clichédipendenti e vogliono disintossicarsi dal già sentito.

I cliché ammazzano la letteratura e urticano il lettore che in un libro cerca qualcosa che va al di là di ciò che potrebbe tranquillamente scrivere lui.

Anche io sono capace di scrivere “faccia da poker” -che figata, so scrivere!!!-, ma con questa espressione ho detto solo una cosa già sentita, non spiega la reale mimica facciale di chi assume la faccia da poker, non la mostra, anzi, la nasconde: molti potrebbero non sapere cosa sia una faccia da poker.

Questa cosa l’ho capita grazie alla terapia d’osservazione che sto applicando per risolvere le mie emetofobiche questioni.

Vabbe’, la dico tutta: me la insegnata il mio terapista (anche conosciuto come il Dr House).

La prima volta che gli ho detto “ho l’ansia”, lui mi ha guardata come se stessi mandando baci ad una foto di Bin Laden.
Credevo mi volesse sbudellare.
Alla fine mi ha invitato a dimenticare termini generici come “ansia”, “panico”, “paura”, “tristezza”, ecc. Non solo, anche la parola “emetofobia” doveva essere cancellata dal mio dizionario. Con tutto quello che avevo fatto per trovare un nome alla mia paura, quella richiesta mi sembrava quantomai ingiustificata. E invece si è rivelata la più efficace, anche se devo ammettere di non averla abbandonata completamente…shhh, che non si sappia in giro. :D

Lui mi ha aiutata a trovare termini nuovi con i quali definire le mie sensazioni e i miei sentimenti, tutta roba che prima affidavo a poche parole spelacchiate.

Allora mi sono chiesta: “anche per la letteratura è così?”.
“Sì, anche per la letteratura è così” ho risposto. (Tutto questo fa molto Marzullo.)

Ora, non è che bisogna abolire tutti questi termini perché sono nel picco massimo dell’abuso, bisogna solo economizzarne gli usi e mai ultrautilizzarle per descrivere, in un libro come nella vita reale, un sentimento, una situazione e bla bla bla.

Sono cliché. Magari questo termine non è correttissimo per l’uso che ne sto facendo, ma è la parola che più si adatta al messaggio.
Sono perdonabili quando il personaggio del libro ( o del racconto) è volutamente privo di fantasia, allora lo scrittore, per mostrare la limitata capacità del personaggio di parlare e pensare in modo autonomo, gli mette in bocca tutto l’universo del già sentito; ma quando vengono usati perché è più comodo e immediato, non lo so, mi sembra una presa per le mutande nei confronti di chi compra un libro e si ritrova una bella storia scritta alla “vabbe’, famme scrive sta cosa, ché dopo c’ho er carcetto e me devo concentrà sui golle”. Insomma, lo trovo poco utile anche per lo stesso scrittore perché  si ingabbia in un recinto di espressioni vacue.

Pensando a queste parole, similitudini, metafore lungamente ruminate e indigeste, ho deciso di creare questo dizionario dei cliché, ovvero un piccolo prontuario del già sentito dove però dispenserò anche la mia personalissima alternativa.

Esempio: la faccia da poker.

“Faccia da poker” vuol dire assumere un’espressione facciale non interpretabile, come i giocatori di poker che riducono al minimo la mimica facciale quando hanno in mano delle buone o cattive carte. (Se continuo, rischio di cominciare a parlare di comunicazione non verbale, meglio metterci un punto.).
Per descrivere un volto inespressivo si potrebbero impiegare miliardi di parole, mostrando al lettore qualcosa e non solo dicendo qualcosa.

Esempio: “aveva un’espressione stitica” (questa non è mia, l’ho letta in un blog e me ne sono innamorata) oppure “le emozioni abbandonarono il suo volto” o anche “il suo viso sembrava una tela bianca, liscia, senza macchie, senza bernoccoli sulla trama: erano gli altri a dovervi dipingere una qualsiasi espressione” oppure “mi guardò lasciando a me la responsabilità di inventare un’espressione adatta al momento”. Ecc.

Certo, “faccia da poker” è più immediato, ma dice anche meno di quanto è possibile mostrare, e comunque è un’espressione ampiamente abusata e spesso nemmeno recepita dal lettore. Oh!
A me fa venire le triplepunte ai capelli, per non dire altro.  Secondo me, un romanzo con una trama da 100 punti, ma stracolma di già sentiti è paragonabile ad una buona azione senza sentimento: si fa tanto perché lo fanno tutti e allora lo faccio anche io.

E qui concludo.

Credo che trovare sempre nuovi modi per descrivere qualsiasi cosa sia stimolante per chi scrive e per chi legge. Affidarsi al già sentito è comodo, ma alla fine non dice niente: è come se gli scienziati chiamassero “pianeta” qualsiasi cosa mostri una forma sferica. Che fantasia.

Se avete altre espressioni per definire una faccia inespressiva, la zona commenti è in fondo alla pagina. ;)

Scritto da: Pikadilly

Sono una Web smanettona che soffre di Guareschite acuta e di una forte librodipendenza. Disintossicarmi è impossibile, così cerco le mie dosi di libri passando tre quarti della mia vita a tempo libero sniffando parole e storie. La biblioteca è il mio harem, le librerie le mie spacciatrici legalizzate. Insomma, voglio morire di lettura.

2 Commenti per “Il dizionario dei cliché”

  1. #1
    Commento di: Anto Luciani
    Data: 22 Jan, 2010 Ore: 1:44 pm

    Faccia da Poker = Lady GaGa!

    Reply  |  Quote
  2. #2
    Commento di: Marco
    Data: 30 Jul, 2010 Ore: 9:34 pm

    “… rimase immobile sulla soglia, Buster Keaton si era impadronito del suo volto…”

    Ho bisogno di ferie… si nota? ;)

    Reply  |  Quote
Lascia un commento

Puoi usare i tag: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Torna Su