Missione di pace
True colors
Potevamo colorarci le parole in bocca,
ma appena sulla soglia cadevano senza vita.
In quel cimitero,
la nostra amicizia s’aggrappava disperata ad una flebo.
Non sapevo esserti,
non sapevi essermi,
non sapevamo vivere i nostri retroscena.
Recitare un’ amicizia
è stato il più grande spettacolo
in cui ero attrice e spettatrice,
la mia vittima e la mia carnefice.
Come tu per te.
Amiche nel male di entrambe,
quando forse era solo paura di raccogliere quelle parole
e vederle sgretolarsi.
E scoprirci sole.
E odiarci.
Ma alla fine l’odio ti trova sempre.
Quel pomeriggio di Novembre ci ha stanate,
ripulite e allontanate,
finché morte non renderà eterno questo inevitabile addio.
Non sento la tua mancanza,
non più di quanto mi manchi la pioggia quando già diluvia.
Ad un’amica che non ha mai accettato quella che ero, quella che era, quello che eravamo.
E io lo stesso.
L’Estate in lacrime
L’Estate piange la mancanza del suo Caldo.
“Tornerà tornerà”, le dice il Vento.
“Ora ci sono io, ma lui tornerà… è subito dietro di me, vedrai.”
Il Sole non la sente,
è lassù, indaffarato:
smista gli ultimi freddi
prima di far scendere dalla soffitta i suoi raggi più esperti.
“Quindi il Caldo tornerà”,
dicono gli Alberi, chiacchierando tra loro.
Le foglie avranno di che abbronzarsi,
le spiagge friggeranno,
il mare scivolerà sulla pelle.
“Tornerà tornerà”, conferma il Vento.
ma l’Estate oggi piange,
stretta alla natura che ha colorato
pensando a lui, al suo Caldo.
L’albero dei fichi suicidi
Galassie di foglie verdi giocavano con la luce di settembre
quando io non arrivavo ancora al ramo più umile
di quel fico piantato tra le prime parole del mio libro.
Ogni tanto i suoi figli sentivano il bisogno di morire
e scendevano con un volo preciso, giù, fino alla terra.
In braccio al loro padre,
che ne sapevano di quanto fosse duro il mondo
e a senso unico la morte.
Se lo capivano,
erano già gocce con la testa spaccata
o quelle conquiste che io dicevo di aver staccato dalla vetta dell’albero.
Nemmeno io sapevo
quanto amari fossero quei dolci fichi suicidi.
Sosta in riva al mare
“Ragazza mia”, disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai e vidi lui: Giovannino.
Non so cosa ci facesse uno così in riva al mare.
Speravo di incontrarlo, ma non avrei mai immaginato che sarebbe venuto fin qui.
Mi guardava in silenzio. Sotto i baffi il sorriso spintonava le guance per farsi largo e raggiungermi prima di ogni parola.
Volli strappare io quella quiete:
“Lei non dovrebbe essere qui.”
“Perché mi dài del Lei? Ci conosciamo da così tanto tempo che se non fosse per gli anni, saremmo coetanei. E poi nemmeno tu dovresti essere qui”, rispose prendendo posto su un masso piantato nella sabbia.
Ridedicai i miei occhi al mare, convinta che quella voce sarebbe stata portata via dal rumore delle onde.
“Io non ho altro da fare che guardare il mare”, dissi tra me e me, come se dovessi comunque rispondere alla sua implicita domanda.
“Potresti scrivere.”
Mi accorsi in quel momento di un pascolo volante, piccole pecorelle di fumo che correvano verso l’orizzonte per evaporare poi a pochi metri dalla schiuma. Le onde non avevano silenziato la mia immaginazione, quindi la incitai di nuovo:
“No, scrivere è il suo mestiere, Giovannino, non il mio. Io non vado bene per scrivere”, dissi cercando di non farmi acchiappare dall’acqua fattasi più audace.
“Forse nemmeno io vado bene per scrivere, è la scrittura che va bene per me. Scrivere non è tanto diverso da un vestito. Lo indossi, vedi se ti sta bene e se i pantaloni sono troppo lunghi li fai accorciare, se no cambi vestito. Quando trovi quello che ti calza, ti senti un po’ cambiato anche tu, ed è lì che si diventa scrittori: quando sia il vestito sia chi lo indossa vanno d’accordo.”
Leggi tutto
Tra la terra e il cielo c’è solo un metro
Sulle scale in un pomeriggio salato dal freddo,
quattro gradini e un supereroe pronto a volare.
Ha un cappello e una sciarpa rossa,
una divisa blu, un sorriso con le finestre e
costellazioni di lentiggini appena nate.
Alza un piede, dispiega le braccia
tenendosi in eliquilibrio sulla vita.
Tra la terra e il cielo c’è solo un metro.
Pochi centimetri di uomo
in questa vecchia foto.
Quattro gradini non gli bastano più per sentirsi capace di volare.


