Sosta in riva al mare
“Ragazza mia”, disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai e vidi lui: Giovannino.
Non so cosa ci facesse uno così in riva al mare.
Speravo di incontrarlo, ma non avrei mai immaginato che sarebbe venuto fin qui.
Mi guardava in silenzio. Sotto i baffi il sorriso spintonava le guance per farsi largo e raggiungermi prima di ogni parola.
Volli strappare io quella quiete:
“Lei non dovrebbe essere qui.”
“Perché mi dài del Lei? Ci conosciamo da così tanto tempo che se non fosse per gli anni, saremmo coetanei. E poi nemmeno tu dovresti essere qui”, rispose prendendo posto su un masso piantato nella sabbia.
Ridedicai i miei occhi al mare, convinta che quella voce sarebbe stata portata via dal rumore delle onde.
“Io non ho altro da fare che guardare il mare”, dissi tra me e me, come se dovessi comunque rispondere alla sua implicita domanda.
“Potresti scrivere.”
Mi accorsi in quel momento di un pascolo volante, piccole pecorelle di fumo che correvano verso l’orizzonte per evaporare poi a pochi metri dalla schiuma. Le onde non avevano silenziato la mia immaginazione, quindi la incitai di nuovo:
“No, scrivere è il suo mestiere, Giovannino, non il mio. Io non vado bene per scrivere”, dissi cercando di non farmi acchiappare dall’acqua fattasi più audace.
“Forse nemmeno io vado bene per scrivere, è la scrittura che va bene per me. Scrivere non è tanto diverso da un vestito. Lo indossi, vedi se ti sta bene e se i pantaloni sono troppo lunghi li fai accorciare, se no cambi vestito. Quando trovi quello che ti calza, ti senti un po’ cambiato anche tu, ed è lì che si diventa scrittori: quando sia il vestito sia chi lo indossa vanno d’accordo.”
Leggi tutto

