Occhi che suonano

Gli scrittori senza fantasia li chiamano “occhi che parlano”.
I suoi sono occhi che suonano.
Una musica che si vede, che ti sfreccia davanti senza fermarsi, ti gira intorno e scappa, poi torna, ogni tanto si fa sentire, va a sbattere e diventa eco.
C’è un’intera vita che sguazza nel tempo in cui ti guarda.
Se solo… già, c’è sempre un se che per qualche motivo non riesce a disincastrarsi e diventare un è.
Sarai costretta a vivere in un ricordo che non ha mai avuto né piedi né terra.
Gli scrittori la chiamano fantasia.
Cos’è
E’ lui.
Se ti incontra, ti ruba tutto, anche il sole.
Ma non è un ladro.
Alle volte lo cerchi, altre volte lo aspetti, convinto che segua la coda del prima o poi.
Non si respira, ma profuma.
Non si tocca, ma pesa.
E poi lo vedi ovunque anche se non riesci a presentarlo agli amici perché è invisibile.
Solo che certe volte si rompe e fa male.
E ti accorgi che non sei più libero.
Ti basta una volta e tu non sei più tu nemmeno allo specchio.
Se prendi il treno in quella stazione, poi non puoi più scendere.
O ti butti o continui a viaggiare.
C’è chi aspetta sempre la prossima stazione, ché magari va meglio.
E chi invece il meglio lo ha trovato una volta e viaggia senza ascoltare la voce che annuncia la fermata successiva.
E va bene così.
Un compleanno
Lei è una delle tante storie che potrei raccontare scrivendo una sola parola.
Lei nella mia testa è sempre vestita di bianco e sembra una turista inglese.
Lei ha gli occhi di un azzurro elegante.
Lei vola sorridendo sopra i tetti grigi.
Lei mi ha prestata al mondo.
Lei non teme il tempo che si deposita sul suo volto.
Lei non dice No se vuole dire Sì.
Lei non è la moglie di nessuno.
Lei è madre di tutti i figli del mondo.
Lei cammina zoppicando.
Lei solleva la vita con un braccio solo.
Lei corre anche quando non riesce ad alzarsi.
Lei non ha recinti.
Lei non guarda e passa, si ferma e fa.
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True colors
Potevamo colorarci le parole in bocca,
ma appena sulla soglia cadevano senza vita.
In quel cimitero,
la nostra amicizia s’aggrappava disperata ad una flebo.
Non sapevo esserti,
non sapevi essermi,
non sapevamo vivere i nostri retroscena.
Recitare un’ amicizia
è stato il più grande spettacolo
in cui ero attrice e spettatrice,
la mia vittima e la mia carnefice.
Come tu per te.
Amiche nel male di entrambe,
quando forse era solo paura di raccogliere quelle parole
e vederle sgretolarsi.
E scoprirci sole.
E odiarci.
Ma alla fine l’odio ti trova sempre.
Quel pomeriggio di Novembre ci ha stanate,
ripulite e allontanate,
finché morte non renderà eterno questo inevitabile addio.
Non sento la tua mancanza,
non più di quanto mi manchi la pioggia quando già diluvia.
Ad un’amica che non ha mai accettato quella che ero, quella che era, quello che eravamo.
E io lo stesso.
L’Estate in lacrime
L’Estate piange la mancanza del suo Caldo.
“Tornerà tornerà”, le dice il Vento.
“Ora ci sono io, ma lui tornerà… è subito dietro di me, vedrai.”
Il Sole non la sente,
è lassù, indaffarato:
smista gli ultimi freddi
prima di far scendere dalla soffitta i suoi raggi più esperti.
“Quindi il Caldo tornerà”,
dicono gli Alberi, chiacchierando tra loro.
Le foglie avranno di che abbronzarsi,
le spiagge friggeranno,
il mare scivolerà sulla pelle.
“Tornerà tornerà”, conferma il Vento.
ma l’Estate oggi piange,
stretta alla natura che ha colorato
pensando a lui, al suo Caldo.
L’albero dei fichi suicidi
Galassie di foglie verdi giocavano con la luce di settembre
quando io non arrivavo ancora al ramo più umile
di quel fico piantato tra le prime parole del mio libro.
Ogni tanto i suoi figli sentivano il bisogno di morire
e scendevano con un volo preciso, giù, fino alla terra.
In braccio al loro padre,
che ne sapevano di quanto fosse duro il mondo
e a senso unico la morte.
Se lo capivano,
erano già gocce con la testa spaccata
o quelle conquiste che io dicevo di aver staccato dalla vetta dell’albero.
Nemmeno io sapevo
quanto amari fossero quei dolci fichi suicidi.

