Sosta in riva al mare

1
Jun
2010

Giovannino Guareschi“Ragazza mia”, disse una voce alle mie spalle.
Mi voltai e vidi lui: Giovannino.
Non so cosa ci facesse uno così in riva al mare.
Speravo di incontrarlo, ma non avrei mai immaginato che sarebbe venuto fin qui.

Mi guardava in silenzio. Sotto i baffi il sorriso spintonava le guance per farsi largo e raggiungermi prima di ogni parola.
Volli strappare io quella quiete:
“Lei non dovrebbe essere qui.”
“Perché mi dài del Lei? Ci conosciamo da così tanto tempo che se non fosse per gli anni, saremmo coetanei. E poi nemmeno tu dovresti essere qui”, rispose prendendo posto su un masso piantato nella sabbia.
Ridedicai i miei occhi al mare, convinta che quella voce sarebbe stata portata via dal rumore delle onde.

“Io non ho altro da fare che guardare il mare”, dissi tra me e me, come se dovessi comunque rispondere alla sua implicita domanda.
“Potresti scrivere.”
Mi accorsi in quel momento di un pascolo volante, piccole pecorelle di fumo che correvano verso l’orizzonte per evaporare poi a pochi metri dalla schiuma. Le onde non avevano silenziato la mia immaginazione, quindi la incitai di nuovo:
“No, scrivere è il suo mestiere, Giovannino, non il mio. Io non vado bene per scrivere”, dissi cercando di non farmi acchiappare dall’acqua fattasi più audace.
“Forse nemmeno io vado bene per scrivere, è la scrittura che va bene per me. Scrivere non è tanto diverso da un vestito. Lo indossi, vedi se ti sta bene e se i pantaloni sono troppo lunghi li fai accorciare, se no cambi vestito. Quando trovi quello che ti calza, ti senti un po’ cambiato anche tu, ed è lì che si diventa scrittori: quando sia il vestito sia chi lo indossa vanno d’accordo.”
Leggi tutto

Il quaderno che voleva diventare libro

3
Apr
2010

LibroSono un libro.
No, in verità sto studiando per diventare un libro. E’ il mio sogno di sempre.
Quando vedo i libri esposti nelle vetrine, immagino sempre di essere uno di loro, immagino di avere una copertina lucida, magari con le lettere in rilievo e il marchio “best seller” inciso su un fianco.
I libri senza copertina sono volgari, se ne vanno in giro sfacciatamente nudi, si lasciano toccare come se niente fosse, sono sguaiati e senza pudore. Non sono libri, sono esibizionisti.

Io non diventerò mai un libro senza copertina.

Quando dico di voler fare il libro, tutti mi prendono in giro dicendo che sono solo un quaderno e nessuno si sognerebbe mai di laureare un quaderno.
“Sei nato a quadretti e non potrai mai essere nient’altro che quello che sei!” Urla mio padre quando mi vede studiare per gli esami.
“Sei un quaderno! Devi fare il quaderno! I libri sono perdigiorno. Una volta stampati se ne stanno lì in vetrina aspettando che qualcuno li compri e li sfogli. Sono passivi, sono falliti. Una volta letti vengono dimenticati in qualche scaffale pieno di polvere e nessuno si ricorda più di loro. Un quaderno, invece, è attivo, la gente ci scrive su le cose importanti e utili che servono per la vita. Devi fare il quaderno!”

Leggi tutto

Profumo di mamma

16
Feb
2010

TramontoI due bambini erano seduti su un muretto accanto alla casa, da lì riuscivano a vedere la città spolverata dal sole del tramonto.
Quello più grande cercava di non sporcarsi con il cioccolato che abbandonava il panino fuggendo dai lati, mentre quello più piccolo aveva la bocca e le mani completamente piene di nutella.

Il vento impazziva da due giorni, e di lassù i due bambini lo sentivano urlare notte e giorno.

“Sai perché il vento va di città in città?” chiese il bambino più grande a quello più piccolo.
“No, non lo so” rispose il piccolo masticando il grosso pezzo che aveva appena separato dal resto del panino.
“Perché anche lui cerca la mamma.  Sposta le cose per vedere se dietro trova la sua mamma.”
“E quando la trova che fa?”
“Non la troverà mai.”

Il bambino più piccolo inghiottì il grosso pezzo di panino e guardò il fratello alla ricerca di una risposta più precisa.
Non ricevendo nessun chiarimento, si esplicitò:
“Perché?”
“Perché il vento la mamma non ce l’ha più. Come noi. Continua a cercarla pur sapendo che non la troverà”  rispose quello grande, leccandosi un dito.

“E perché lo fa?”
“Non lo so, bisognerebbe chiederlo a lui.”

Allora il bambino più piccolo discese il muretto sul quale era seduto e chiese al vento:
“Vento, perché continui a cercare la tua mamma?”
FIUUUUU
“Non capisco cosa dice” affermò triste il piccolo.
Leggi tutto

I leoni neri

3
Feb
2010

Leone neroAllungò  il collo per cercare di vedere il volto del treno. In piedi, da sola sulla banchina. Tra lei e il binario solo una timida striscia gialla e qualche pozza di acqua.
La giornata era nata sotto la pioggia, ma ora le nuvole sembravano lottare con il sole per impadronirsi del cielo. Un cielo che non avrebbe dovuto vedere ciò che stava per accadere.
Alessandra era consapevole che sia il mondo sia il cielo avrebbero ignorato lei e le sue azioni.
Ma io ci riuscirò?

Un passo avanti e uno indietro. Andare via o restare. Farlo o non farlo. Provarci una sola volta. Non erano domande, non erano pensieri, erano sensazioni alle quali Alessandra permetteva di palleggiare con la sua paura.
Il treno era in ritardo.
Se non arriva vado via, lo prenderò come un segno.

Ma i segni o arrivano o non arrivano, non sono mai in ritardo. I treni, sì.
Il treno delle scelte arrivò, e lei lo prese. Appena le porte sparirono, si impose di non fuggire. Salire, questo doveva fare.
E lo fece.
Leggi tutto

Il vento in un racconto

25
Jan
2010

InvernoQuesta notte il vento è forte e doloroso come uno schiaffo. Appena il sonno si avvicina, lui si ingelosisce e comincia a gridare, mi prende per un braccio e mi riporta verso il mondo dei lucidi.
Allora abbandono il letto e scrivo una storia, magari ispirata proprio al vento o a una giornata d’autunno, alla città sedotta da lenzuola di sale, forse. Qualcosa scriverò.

Potrei parlare di quella volta… o inventare, scrivere senza senso mettendo, però, le virgole al loro posto. Non voglio scrivere una bella storia con le virgole sbagliate…o forse non voglio scrivere una brutta storia con le virgole giuste. Potessi, vivrei senza virgole, ma forse anche senza punti interrogativi. Sì, se solo potessi.
E’ come se ad ogni angolo, un punto interrogativo mi venga addosso facendomi cadere e, senza chiedere scusa, sfrecci via, lasciandomi in bocca l’acido sapore del perché.

I problemi amano i punti interrogativi. Anche le scelte li amano, per questo non amo scegliere. Quando sono costretta a scegliere faccio cadere un fermacarte di piombo sulla prima opzione che mi viene in mente, così da non poterla mai rielaborare. Piano piano mi convinco che quella era la scelta giusta, l’unica possibile, anche se lo vedo, il punto interrogativo. Il punto interrogativo non sparisce, al massimo sbiadisce, e appena può, ricomincia a venirmi addosso. Non faccio in tempo a dimenticarlo, non faccio in tempo ad intravedere la fine della strada che riecco la curva, riecco la domanda, riecco la scelta.
Cosa ho scelto per stanotte? Dormire o scrivere una storia che non sia il solito monologo con me stessa?
E vado avanti a scrivere, mentre il vento bussa alle finestre e scappa ridendo come un bambino.

La storia

C’era una volta una ragazza che indossava sempre un cappellino da pittore. Amava leggere su una panchina lungo il viale alberato che portava all’ospedale.  La ragazzi si accomodava sempre sulla stessa panchina, sempre da sola, sempre con lo stesso libro, sempre con quel suo cappellino da pittore.

Leggi tutto

Torna Su